Il carcinoma della cervice uterina rappresenta una criticità rilevante per la salute femminile in Somalia, in un contesto caratterizzato da risorse limitate, bassa copertura dello screening e accesso ancora insufficiente alla vaccinazione anti-HPV. Lo indica una revisione sistematica pubblicata sul Journal of Epidemiology and Global Health, condotta da un gruppo di ricercatori somali e italiani.
La revisione ha incluso 7 studi trasversali condotti tra il 2019 e il 2024, per un totale di 3.797 partecipanti provenienti da Mogadiscio, Hargeisa e Bosaso. L’obiettivo era sintetizzare le evidenze disponibili su burden della malattia, risultati degli screening, prevalenza di HPV, conoscenze degli operatori sanitari e principali lacune informative.
Nei dati raccolti da strutture sanitarie, il carcinoma cervicale ha rappresentato il 6,7% di tutti i tumori e il 13,3% delle neoplasie femminili. La prevalenza riportata negli studi inclusi variava tra il 6,7% e il 15,7%, ma questi valori devono essere interpretati con cautela, perché derivano da popolazioni ospedaliere, cliniche o sottoposte a screening e non da stime nazionali di popolazione.
Tra le donne sottoposte a screening, i tassi di positività hanno raggiunto il 15,7%. In un campione clinico di 189 donne a Mogadiscio, il 31,7% è risultato positivo al test HPV DNA; il 19,6% presentava genotipi ad alto rischio, con HPV16 nel 13,8% e HPV18 nel 5,3%. Anche questo dato non può essere considerato rappresentativo dell’intera popolazione somala, ma segnala una presenza rilevante di infezioni oncogene in un campione clinico.
La revisione evidenzia anche importanti lacune nella preparazione degli operatori sanitari. Sebbene il 73% mostrasse una buona conoscenza teorica del carcinoma cervicale, solo il 24% aveva trattato pazienti con questa patologia e appena il 22% aveva ricevuto una formazione specifica. Inoltre, solo il 2% delle operatrici sanitarie riferiva di essersi mai sottoposto a Pap test.
Il livello di informazione tra le donne è risultato molto variabile, con percentuali comprese tra il 43,7% e il 97,7%, e spesso condizionato da falsi miti, stigma e informazioni incomplete sulla vaccinazione anti-HPV e sullo screening.
Sul piano diagnostico, uno studio condotto in una struttura sanitaria ha confrontato l’ispezione visiva con acido acetico, VIA, e il Pap test, riportando tassi di positività rispettivamente del 7,6% e del 5,1%, con differenza statisticamente significativa. Tra le donne positive alla VIA e sottoposte a verifica, la colposcopia o la biopsia hanno confermato una neoplasia cervicale intraepiteliale nel 73,9% dei casi. Tuttavia, la mancata rendicontazione completa degli esiti CIN2+ o carcinoma per ciascun test e la tracciabilità incompleta dei percorsi di conferma impediscono un confronto accurato dell’accuratezza diagnostica delle due metodiche.
Nel complesso, la revisione mostra che la Somalia affronta un carico significativo di carcinoma cervicale e infezione da HPV, aggravato da copertura limitata dello screening, formazione insufficiente degli operatori e disinformazione nella popolazione. Le priorità indicate dagli autori sono chiare: istituire un registro tumori nazionale, estendere la vaccinazione anti-HPV, potenziare screening sostenibili come VIA e HPV DNA test, rafforzare la formazione del personale sanitario e promuovere campagne educative culturalmente sensibili.
Il messaggio operativo è netto: in Somalia non manca solo lo screening, manca un sistema strutturato di prevenzione cervicale. Per ridurre diagnosi tardive e mortalità serviranno dati migliori, servizi più accessibili, operatori formati e programmi capaci di coinvolgere le donne attraverso strumenti comunicativi adatti al contesto locale.
Fonte: Journal of Epidemiology and Global Health, 2026;16:22. DOI: 10.1007/s44197-026-00526-x.





