L’aggiunta di pembrolizumab a docetaxel e prednisone non modifica in modo rilevante gli esiti riferiti dai pazienti con carcinoma prostatico metastatico resistente alla castrazione, mCRPC. Lo indica un’analisi dello studio di fase 3 KEYNOTE-921 pubblicata su European Urology Oncology, focalizzata su dolore, qualità della vita correlata alla salute e sintomi riferiti dai pazienti.
L’analisi sui patient-reported outcomes fa seguito ai risultati principali di KEYNOTE-921, nei quali la combinazione di pembrolizumab e docetaxel non aveva migliorato in modo statisticamente significativo gli endpoint di efficacia clinica nei pazienti con mCRPC già trattati con agenti ormonali di nuova generazione e non precedentemente sottoposti a chemioterapia per malattia metastatica resistente alla castrazione.
I pazienti eleggibili sono stati randomizzati a ricevere pembrolizumab oppure placebo, entrambi in combinazione con docetaxel e prednisone. Il tempo alla progressione del dolore, misurato tramite Brief Pain Inventory-Short Form, era un endpoint secondario. La qualità della vita correlata alla salute e i sintomi specifici di malattia sono stati valutati con i questionari Functional Assessment of Cancer Therapy-Prostate ed EuroQol a cinque dimensioni e cinque livelli.
L’analisi PRO ha incluso 1.028 pazienti, 514 per ciascun braccio di trattamento. Il follow-up mediano dal basale al cut-off dei dati è stato di 22,7 mesi.
Il tempo mediano alla progressione del dolore è stato di 21,1 mesi nel braccio pembrolizumab, con IC 95% da 13,7 mesi a non raggiunto, rispetto a non raggiunto nel braccio placebo, con IC 95% da 13,8 mesi a non raggiunto. L’hazard ratio è stato pari a 1,05, con IC 95% 0,77-1,43, indicando l’assenza di una differenza significativa tra i due gruppi.
Anche le variazioni rispetto al basale nei punteggi dei patient-reported outcomes sono risultate simili tra i bracci e generalmente stabili nel corso dello studio. In altri termini, l’aggiunta di pembrolizumab non ha prodotto un miglioramento misurabile della qualità di vita, ma non ha nemmeno determinato un peggioramento percepito rispetto alla sola chemioterapia con docetaxel e prednisone.
Il dato va letto nel contesto complessivo del trial. KEYNOTE-921 non ha dimostrato un beneficio clinico significativo dall’aggiunta dell’inibitore di PD-1 alla chemioterapia standard in questa popolazione. L’analisi PRO conferma quindi che l’immunoterapia non aggiunge un vantaggio percepibile dal paziente in termini di controllo del dolore, benessere o qualità di vita.
Per la pratica clinica, il messaggio è prudente: nel mCRPC pretrattato con agenti ormonali di nuova generazione, pembrolizumab associato a docetaxel e prednisone non modifica gli outcome riferiti dai pazienti rispetto a docetaxel e prednisone da soli. L’assenza di peggioramento della qualità di vita è un elemento rassicurante, ma non compensa la mancanza di beneficio clinico significativo osservata nello studio principale.
Fonte: European Urology Oncology, 2026;9:240-250. DOI: 10.1016/j.euo.2025.02.015.2025.02.015





