Gli inibitori dei checkpoint immunitari migliorano la sopravvivenza globale nei tumori gastroesofagei avanzati trattati in prima linea, senza evidenza di una differenza significativa di efficacia tra uomini e donne. Lo indica una meta-analisi pubblicata sull’International Journal of Cancer, che ha valutato gli outcome di sopravvivenza in base al sesso nei trial randomizzati di prima linea.
L’analisi ha incluso 15 studi randomizzati controllati: 7 sul carcinoma esofageo a cellule squamose, ESCC, e 8 sull’adenocarcinoma gastrico o esofageo, GEA. L’obiettivo era chiarire se il beneficio degli immune checkpoint inhibitors, ICI, rispetto al controllo variasse tra pazienti maschi e femmine.
Nel carcinoma esofageo squamoso, gli uomini hanno mostrato un beneficio statisticamente significativo in sopravvivenza globale con la terapia basata su ICI, con HR 0,70 (IC 95%: 0,65-0,76; P<0,00001). Nelle donne, l’effetto è risultato numericamente favorevole ma non statisticamente significativo, con HR 0,81 (IC 95%: 0,61-1,07; P=0,14).
Questo dato non indica però una reale differenza di efficacia tra i sessi. Il test di interazione tra sesso ed effetto del trattamento non ha infatti mostrato una differenza significativa nell’ESCC, con Chi²=1,02 e P=0,31. In altri termini, la mancata significatività nel sottogruppo femminile potrebbe riflettere numerosità più limitata e minore potenza statistica, più che una diversa efficacia biologica dell’immunoterapia.
Nel GEA, il beneficio degli ICI è risultato significativo sia negli uomini sia nelle donne. Nei pazienti maschi, l’HR per la sopravvivenza globale è stato 0,78 (IC 95%: 0,73-0,83; P<0,00001). Nelle pazienti femmine, l’HR è stato 0,82 (IC 95%: 0,75-0,90; P<0,0001). Anche in questo setting, il test di interazione non ha evidenziato differenze significative tra i sessi, con Chi²=0,78 e P=0,38.
Nel complesso, la meta-analisi suggerisce che nei tumori gastroesofagei avanzati l’immunoterapia di prima linea mantenga un beneficio di sopravvivenza comparabile tra uomini e donne. La diversa significatività statistica osservata nell’ESCC non basta a dimostrare una reale eterogeneità dell’effetto del trattamento.
Il risultato è clinicamente rilevante perché le differenze biologiche tra sesso maschile e femminile possono influenzare la risposta immunitaria e il microambiente tumorale. Tuttavia, nei trial disponibili sui tumori gastroesofagei, queste differenze non si traducono in un’evidenza robusta di diversa efficacia degli ICI sulla sopravvivenza globale.
La conclusione deve restare prudente. La meta-analisi si basa su dati aggregati di sottogruppo e non su dati individuali dei pazienti. Inoltre, le donne sono spesso meno rappresentate nei trial, in particolare in alcuni setting come l’ESCC, rendendo più difficile stimare con precisione l’effetto del trattamento nel sottogruppo femminile.
Per la pratica clinica, il messaggio è chiaro: nei tumori gastroesofagei avanzati trattati in prima linea, il sesso del paziente non dovrebbe essere usato da solo per escludere o limitare l’impiego degli ICI quando indicati. Servono però studi futuri con analisi prospettiche dedicate, maggiore rappresentanza femminile e integrazione di variabili biologiche, ormonali, immunologiche e molecolari per capire se specifici sottogruppi possano beneficiare di strategie immunoterapiche più personalizzate.
Fonte: International Journal of Cancer, 2026;158:2697-2708. DOI: 10.1002/ijc.70312.





