L’overdiagnosi da screening con PSA per carcinoma prostatico aumenta in modo sostanziale con l’età al momento della diagnosi. Lo indica un’analisi pubblicata sull’International Journal of Cancer, basata sul follow-up a lungo termine del trial randomizzato CAP e su stime di mortalità competitiva nella popolazione maschile inglese.
Lo studio ha valutato l’impatto dell’età sull’overdiagnosi, definita come diagnosi di un carcinoma prostatico che, in assenza di screening, non sarebbe emerso clinicamente entro i 15 anni successivi. Il punto centrale è che, con l’avanzare dell’età, aumenta la probabilità di morire per altre cause prima che un tumore prostatico indolente diventi clinicamente rilevante.
Nel braccio invitato a un singolo test del PSA, 189.386 uomini hanno ricevuto l’invito allo screening e 2.249, pari all’1,19%, hanno avuto una diagnosi di carcinoma prostatico allo screening iniziale. A 15 anni, l’incidenza cumulativa è stata del 7,08% nel braccio screening e del 6,94% nel gruppo di controllo, con una differenza assoluta di 0,14 punti percentuali.
Questa differenza, rapportata ai tumori diagnosticati allo screening iniziale, corrisponde a una stima di overdiagnosi pari a circa l’11,7%. In altre parole, sulla base della stima puntuale, più di una diagnosi su dieci tra quelle rilevate con il PSA iniziale può essere considerata “in eccesso” rispetto a quanto sarebbe emerso clinicamente senza screening.
Il dato più rilevante riguarda però l’età. Integrando i risultati del trial con i tassi di mortalità competitiva maschile in Inghilterra nel periodo 2021-2023, gli autori hanno stimato che un uomo diagnosticato a 50 anni abbia una probabilità del 16% che il tumore non sarebbe mai stato rilevato clinicamente entro 15 anni. La probabilità sale al 32% per una diagnosi a 70 anni e raggiunge il 58% a 80 anni.
Questo significa che, negli uomini più anziani, una quota molto elevata dei tumori identificati dallo screening può non diventare clinicamente rilevante nell’arco temporale considerato. A 80 anni, più di un caso su due potrebbe rappresentare una diagnosi che non sarebbe mai emersa senza il test, perché il paziente sarebbe deceduto prima per altre cause.
Il risultato non implica che il PSA sia privo di utilità, ma conferma che il rapporto tra beneficio diagnostico e rischio di overdiagnosi cambia profondamente con l’età. Nei più giovani, l’overdiagnosi stimata è relativamente più bassa; negli uomini anziani, invece, il rischio di identificare tumori indolenti aumenta in modo marcato.
Per la pratica clinica, il messaggio è chiaro: l’età al momento del test deve avere un peso esplicito nella decisione condivisa sull’esecuzione del PSA. Questo è particolarmente importante nei contesti in cui il testing opportunistico ha prodotto alti livelli di screening negli uomini più anziani.
Gli autori invitano quindi a riconsiderare le politiche di screening opportunistico e a rafforzare una comunicazione equilibrata con il paziente, capace di spiegare non solo il possibile beneficio della diagnosi precoce, ma anche il rischio di sovradiagnosi, biopsie, ansia e trattamenti potenzialmente non necessari.
Fonte: International Journal of Cancer, 2026;159:1196-1203. DOI: 10.1002/ijc.70492.





