Quotidiano Oncologia

FAPI-PET nei tumori solidi: parametri basali associati a sopravvivenza peggiore

31 Luglio 2026 > Ilenia Di Martino

I parametri ricavati dalla PET con inibitori della proteina di attivazione dei fibroblasti, FAPI, possono fornire informazioni prognostiche nei pazienti con tumori solidi. Lo indica una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata sull’European Journal of Nuclear Medicine and Molecular Imaging, che ha valutato il valore prognostico e predittivo della FAPI-PET in oncologia.

La revisione ha incluso 47 pubblicazioni, per un totale di 1.430 pazienti con diversi tipi di tum con tumori solidi. Lo indica una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata sull’European Journal of Nuclear Medicine and Molecular Imaging, che ha valutato il valore prognostico e predittivo della FAPI-PET in oncologia.

La revisione ha incluso 47 pubblicazioni, per un totale di 1.430 pazienti con diversi tipi di tumore, dal carcinoma mammario al carcinoma pancreatico. L’obiettivo era chiarire se i parametri quantitativi della FAPI-PET al basale fossero associati a sopravvivenza globale, sopravvivenza libera da progressione e risposta al trattamento.

Tre parametri misurati al basale sono risultati associati a esiti peggiori: SUVmax, volume tumorale FAPI-avido, MTV, ed espressione totale della lesione FAP, TLFAPI.

Un SUVmax elevato è risultato associato a una peggiore sopravvivenza globale, con HR 2,36 (IC 95%: 1,56-3,56; p<0,011), e a una peggiore sopravvivenza libera da progressione, con HR 1,88 (IC 95%: 1,36-2,60; p<0,001).

L’associazione più forte è emersa per il volume tumorale FAPI-avido. Un MTV elevato è risultato associato a una sopravvivenza globale peggiore, con HR 3,33 (IC 95%: 1,99-5,56; p<0,001), e a una PFS inferiore, con HR 2,42 (IC 95%: 1,60-3,67; p<0,001).

Anche la TLFAPI elevata ha mostrato un’associazione significativa con prognosi sfavorevole: HR 3,35 (IC 95%: 2,05-5,50; p<0,001) per la sopravvivenza globale e HR 2,45 (IC 95%: 1,61-3,73; p<0,001) per la sopravvivenza libera da progressione.

In sintesi, una maggiore captazione FAPI e un maggiore burden di malattia FAPI-avida tendono ad associarsi a esiti clinici peggiori. Il dato è coerente con il razionale biologico della metodica: la FAPI-PET visualizza lo stroma tumorale reattivo, in particolare i fibroblasti associati al cancro, una componente del microambiente neoplastico coinvolta in crescita, invasione, resistenza terapeutica e progressione.

Oltre al valore prognostico, la revisione segnala un possibile ruolo predittivo. In diversi tumori, le variazioni dei parametri FAPI dopo il trattamento, o gli stessi valori basali, sono risultate associate alla risposta terapeutica. Questo apre alla possibilità che la FAPI-PET possa contribuire in futuro non solo alla stratificazione prognostica, ma anche alla valutazione precoce della risposta.

La conclusione deve però restare prudente. Le evidenze disponibili sono ancora preliminari e derivano da studi molto eterogenei per tipo di tumore, tracciante utilizzato, timing dell’esame, metodi di quantificazione, endpoint e cut-off adottati. Questa variabilità limita la possibilità di trasferire subito i risultati nella pratica clinica corrente.

Nel complesso, la FAPI-PET emerge come una metodica promettente per descrivere meglio il microambiente tumorale e identificare pazienti a prognosi più sfavorevole. I parametri MTV, SUVmax e TLFAPI al basale sembrano i più rilevanti per la stratificazione del rischio, ma non sono ancora standardizzati.

Per un impiego clinico routinario serviranno studi prospettici su coorti specifiche per tipo di tumore, criteri condivisi di acquisizione e quantificazione, cut-off validati e confronti con imagingconvenzionale, FDG-PET e biomarcatori clinico-molecolari. Solo così sarà possibile capire se la FAPI-PET possa guidare concretamente le decisioni terapeutiche e il follow-up dei pazienti oncologici.

Fonte: European Journal of Nuclear Medicine and Molecular Imaging, 2026;53:2927-2938. DOI: 10.1007/s00259-025-07735-9.