La sigmoidoscopia flessibile mostra un effetto favorevole sia sull’incidenza sia sulla mortalità specifica per carcinoma colorettale nelle analisi intention-to-treat, mentre la colonscopia riduce l’incidenza ma non evidenzia un beneficio significativo sulla mortalità CRC-specifica a livello di popolazione. Lo indica una network meta-analisi pubblicata su Therapeutic Advances in Gastroenterology, che ha confrontato l’efficacia a 10 anni delle principali strategie di screening colorettale.
Lo studio ha incluso trial randomizzati condotti su adulti a rischio medio, confrontando colonscopia, sigmoidoscopia flessibile, test immunochimico fecale, FIT, test al guaiaco per il sangue occulto nelle feci, gFOBT, e assenza di screening. Gli outcome principali erano incidenza di carcinoma colorettale, mortalità CRC-specifica e mortalità per tutte le cause.
Nelle analisi intention-to-treat, che misurano l’efficacia dell’invito allo screening nella popolazione, la colonscopia ha ridotto l’incidenza di carcinoma colorettale rispetto all’assenza di screening, con RR 0,83 (IC 95%: 0,72-0,96). La sigmoidoscopia flessibile ha mostrato una riduzione leggermente più marcata, con RR 0,78 (IC 95%: 0,74-0,83). Il FIT disponeva di evidenze limitate, mentre il gFOBT non ha mostrato un impatto significativo sull’incidenza.
Sulla mortalità specifica per carcinoma colorettale, il beneficio è emerso per la sigmoidoscopia flessibile, con RR 0,74 (IC 95%: 0,67-0,83), e per il gFOBT, con RR 0,87 (IC 95%: 0,79-0,95). Colonscopia e FIT non hanno invece95). Colonscopia e FIT non hanno invece raggiunto la significatività statistica su questo endpoint nelle analisi intention-to-treat.
Nessuna delle strategie valutate ha mostrato una riduzione significativa della mortalità per tutte le cause. Questo dato è importante perché conferma che l’impatto dello screening colorettale va interpretato soprattutto sugli endpoint specifici di malattia, non sulla mortalità complessiva.
Le analisi per-protocol, condotte sui partecipanti che hanno effettivamente completato lo screening, hanno fornito stime più favorevoli, ma devono essere considerate esplorative. Per l’incidenza, il RR è stato 0,78 (IC 95%: 0,62-0,99) per la colonscopia e 0,72 (IC 95%: 0,66-0,79) per la sigmoidoscopia flessibile. Per la mortalità CRC-specifica, il RR è stato 0,52 (IC 95%: 0,31-0,85) per la colonscopia, 0,58 (IC 95%: 0,49-0,70) per la sigmoidoscopia e 0,71 (IC 95%: 0,61-0,82) per il gFOBT.
Queste stime per-protocol riflettono però una popolazione selezionata di soggetti aderenti allo screening e presentano rischio elevato di bias e certezza molto bassa. Per questo non devono essere utilizzate da sole per definire raccomandazioni cliniche o politiche di screening.
Il quadro complessivo distingue tre profili. La colonscopia mostra un effetto protettivo sull’incidenza quando valutata come strategia di invito nella popolazione, ma la sua efficacia può essere limitata dalla bassa adesione. La sigmoidoscopia flessibile si distingue per un effetto significativo sia sull’incidenza sia sulla mortalità CRC-specifica nelle analisi intention-to-treat. Il gFOBT mostra invece un beneficio sulla mortalità CRC-specifica, ma non sull’incidenza.
Nel complesso, la meta-analisi conferma che la scelta di una strategia di screening non può basarsi solo sulla performance teorica del test. Contano anche partecipazione effettiva, accettabilità, capacità endoscopica, costi, organizzazione del follow-up e sostenibilità del programma nel sistema sanitario reale.
Il messaggio pratico è che lo screening colorettale funziona quando il test scelto è inserito in un percorso organizzato, accessibile e ad alta adesione. La strategia migliore può quindi variare in base al contesto: non sempre il test più completo produce il maggiore impatto di popolazione se l’adesione è bassa o se le risorse endoscopiche sono limitate.
Fonte: Therapeutic Advances in Gastroenterology, 2026;19:1756284826145416. DOI: 10.1177/17562848261454186.





