L’utilizzo routinario dei marcatori tumorali sierici per lo screening oncologico nei soggetti asintomatici non è supportato dalle evidenze disponibili e può determinare conseguenze negative legate soprattutto ai risultati falsamente positivi. È quanto emerge da una revisione sistematica pubblicata nel 2026 sull’Asian Pacific Journal of Cancer Prevention, che ha valutato accuratezza diagnostica ed esiti clinici dell’impiego di CA 125, CA 19-9, antigene carcinoembrionario (CEA), alfa-fetoproteina (AFP) e CA 15-3 nelle popolazioni prive di sintomi.
La revisione ha identificato 1.179 pubblicazioni e incluso nell’analisi finale 38 studi, tra cui 18 prospettici, 10 retrospettivi, 3 studi trasversali, 3 trial randomizzati e altri disegni di studio. CA 125 è risultato il marcatore più frequentemente analizzato, seguito da CA 19-9, CEA, CA 15-3 e AFP.
Sensibilità e specificità sono risultate molto variabili nei diversi studi, mentre il valore predittivo positivo (VPP) è rimasto generalmente basso nelle popolazioni asintomatiche. Questo significa che una quota rilevante dei risultati positivi non corrisponde a una diagnosi oncologica.
I falsi positivi hanno frequentemente determinato una cascata di ulteriori accertamenti, comprendenti esami di imaging, procedure invasive e, in alcuni casi, interventi chirurgici. Le complicanze conseguenti a questi approfondimenti hanno raggiunto in alcuni studi tassi fino al 15%.
Sul piano degli esiti clinici, i grandi trial randomizzati inclusi nella revisione non hanno dimostrato una riduzione della mortalità associata all’utilizzo dei marcatori tumorali come screening nella popolazione asintomatica. Gli autori concludono pertanto che il loro impiego routinario a questo scopo non è sostenuto dalle evidenze e può esporre i pazienti a danni evitabili.
In alcuni sottogruppi selezionati sono emersi valori predittivi positivi più elevati. Un esempio riguarda i soggetti con diabete di nuova insorgenza e livelli aumentati di CA 19-9. Le evidenze disponibili rimangono tuttavia insufficienti per sostenere l’utilizzo di questi marcatori come strumenti di screening nella popolazione generale.
Alla luce della frequenza con cui un incremento dei marcatori tumorali viene comunque riscontrato incidentalmente, gli autori propongono un algoritmo strutturato di follow-up per guidare la valutazione di questi risultati. L’obiettivo è ridurre gli approfondimenti non necessari, limitare le procedure potenzialmente dannose e ottimizzare l’utilizzo delle risorse sanitarie.
Nel complesso, la revisione indica quindi che i marcatori tumorali sierici non dovrebbero essere utilizzati routinariamente per lo screening oncologico dei soggetti asintomatici. Il basso valore predittivo positivo, l’assenza di un beneficio dimostrato sulla mortalità e il rischio di procedure diagnostiche non necessarie supportano un utilizzo più selettivo e clinicamente contestualizzato di questi test.
Fonte: Asian Pacific Journal of Cancer Prevention. 2026;27(7):2425-2435. doi: 10.31557/APJCP.2026.27.7.2425.PJCP.2026.27.7.2425





