Le attuali terapie sistemiche possono ridurre la massa tumorale e, in alcuni casi, semplificare il successivo trattamento chirurgico nei tumori genitourinari, ma le evidenze disponibili non consentono ancora di evitare il trattamento locale radicale al di fuori di studi clinici. È quanto emerge da una revisione sistematica pubblicata nel 2026 su Cancer Medicine, che ha analizzato gli effetti locali delle terapie sistemiche nei tumori della prostata, del rene, del testicolo e della vescica.
La revisione ha identificato inizialmente 6.045 pubblicazioni e abstract potenzialmente rilevanti, includendo nell’analisi finale 72 studi dedicati agli esiti locali e chirurgici dopo trattamento sistemico.
Nel carcinoma prostatico, la terapia ormonale neoadiuvante ha ridotto la frequenza dei margini chirurgici positivi e aumentato la quota di malattia confinata all’organo, senza tuttavia migliorare la sopravvivenza libera da recidiva biochimica. Anche gli approcci neoadiuvanti basati su chemioterapia o immunoterapia non hanno finora dimostrato un beneficio clinico tale da modificarne l’impiego prima della prostatectomia radicale.
Nel carcinoma renale, gli inibitori delle tirosin-chinasi (TKI) e gli inibitori dei checkpoint immunitari (ICI) hanno determinato riduzioni del diametro tumorale comprese tra il 13,5% e il 35%. Un trial di fase III con nivolumab perioperatorio non ha però mostrato un miglioramento della sopravvivenza libera da recidiva.
Un possibile vantaggio locale è stato osservato nei pazienti con trombo tumorale della vena cava inferiore. Gli effetti della terapia sistemica sono risultati complessivamente variabili, ma alcune combinazioni hanno ridotto la lunghezza del trombo e modificato la strategia chirurgica. In uno studio, la combinazione di toripalimab e axitinib ha ridotto la lunghezza mediana del trombo di 2,3 cm e modificato l’approccio chirurgico nel 61,9% dei pazienti.
Nel tumore del testicolo, l’esame istologico dei campioni ottenuti dopo chemioterapia ha mostrato la persistenza di tumore vitale nell’8,3%-25% dei casi, di teratoma nel 18,2%-50% e di tessuto cicatriziale o neoplasia in situ nel 31,1%-60% dei campioni. Questi risultati evidenziano l’eterogeneità della risposta tra tumore primitivo e malattia metastatica e non supportano l’omissione dell’orchiectomia radicale. Gli studi disponibili in questo ambito sono inoltre tutti retrospettivi.
Nel carcinoma vescicale muscolo-invasivo, la chemioterapia neoadiuvante a base di cisplatino determina una risposta patologica completa (pCR) in circa un terzo dei pazienti. L’integrazione di immunoterapia e anticorpi farmaco-coniugati ha ulteriormente aumentato i tassi di pCR, che in recenti studi randomizzati di fase III hanno superato il 50%.
Questi risultati hanno rafforzato l’interesse verso strategie di preservazione della vescica, ma rimane un problema fondamentale: una risposta clinica completa non garantisce necessariamente l’assenza di tumore residuo all’esame patologico. La possibilità di evitare la cistectomia radicale rimane quindi ancora sperimentale.
In questo contesto sono in corso di valutazione nuovi biomarcatori in grado di migliorare l’identificazione dei pazienti con risposta patologica completa. Tra questi figurano il DNA tumorale circolante (ctDNA) plasmatico e il DNA tumorale urinario (utDNA), potenzialmente utili per valutare il carico tumorale residuo e la risposta al trattamento.
Nel complesso, la revisione mostra che le terapie sistemiche possono determinare importanti effetti sul tumore primitivo e, in alcune situazioni, ridurre la complessità del successivo trattamento locale. Le evidenze attuali non consentono però di eliminare la necessità dell’orchiectomia radicale nel tumore del testicolo, della nefrectomia nel carcinoma renale o del trattamento locale nel carcinoma prostatico.
Anche nel carcinoma vescicale, nonostante gli elevati tassi di risposta patologica ottenuti con le nuove combinazioni perioperatorie, la possibilità di evitare il trattamento radicale rimane oggetto di studio. Gli autori concludono pertanto che qualsiasi strategia finalizzata a omettere il trattamento locale nei tumori genitourinari dovrebbe attualmente essere valutata esclusivamente nell’ambito di studi clinici.
Fonte: Cancer Medicine. 2026;15(8). doi: 10.1002/cam4.72211.





