La chemioterapia neoadiuvante non mostra un vantaggio significativo di sopravvivenza globale rispetto alla chirurgia primaria nel carcinoma endometriale avanzato. Lo indica una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata su Medicina, che ha valutato se la NACT possa migliorare resecabilità, ridurre il carico tumorale e ottimizzare gli esiti rispetto alla chirurgia eseguita come primo trattamento.
Lo studio, condotto da ricercatori greci, ha incluso 5 studi retrospettivi, per un totale di 8.658 pazienti. L’analisi ha confrontato gli esiti delle pazienti sottoposte a chemioterapia neoadiuvante seguita da chirurgia rispetto a quelle trattate con chirurgia primaria.
I risultati non hanno evidenziato differenze statisticamente significative nella sopravvivenza globale tra i due approcci. L’hazard ratio è risultato pari a 0,91, con IC 95% compreso tra 0,79 e 1,04. Questo dato suggerisce che, sulla base delle evidenze disponibili, la NACT non possa essere considerata superiore alla chirurgia primaria in termini di sopravvivenza.
La chemioterapia neoadiuvante può tuttavia offrire alcuni vantaggi nel breve periodo, soprattutto sul piano perioperatorio, riducendo il carico tumorale e rendendo più gestibili alcuni quadri clinici complessi. Questi benefici, però, non si traducono al momento in un chiaro miglioramento prognostico.
Gli autori sottolineano che l’evidenza disponibile resta limitata da diversi fattori: tutti gli studi inclusi sono retrospettivi, l’eterogeneità è significativa e la selezione delle pazienti può avere influenzato i risultati. Per questo, le conclusioni devono essere considerate generatrici di ipotesi più che definitive.
Nel complesso, la meta-analisi non supporta l’uso della NACT come standard superiore rispetto alla chirurgia di debulking primaria nel carcinoma endometriale avanzato. La chirurgia upfront resta il riferimento quando una citoriduzione adeguata è realisticamente ottenibile e le condizioni della paziente lo consentono.
La NACT può comunque rappresentare un’opzione ragionevole in sottogruppi selezionati, come pazienti fragili, con comorbidità rilevanti, malattia peritoneale diffusa o situazioni in cui una citoriduzione completa immediata appare improbabile. Servono però studi prospettici controllati per chiarire meglio quali pazienti possano realmente beneficiarne e con quale strategia di sequenziamento terapeutico.
Fonte: Medicina, 2026;62:130. DOI: 10.3390/medicina62010130.





