Gli inibitori dei checkpoint immunitari, ICI, utilizzati in setting neoadiuvante o adiuvante sono associati a un modesto aumento della fatigue rispetto al placebo. Lo indica una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata su Supportive Care in Cancer, che ha valutato questa tossicità nei trattamenti immunoterapici somministrati con intento curativo.
La revisione ha incluso 43 studi prospettici di coorte e trial clinici di fase II o superiore dedicati a ICI approvati dalla FDA, tra cui nivolumab, pembrolizumab, ipilimumab e durvalumab. Le neoplasie maggiormente rappresentate erano melanoma e tumori della mammella, del polmone, del rene e del tratto gastroesofageo. La fatigue è stata valutata sia attraverso la segnalazione degli eventi avversi da parte dei clinici sia mediante patient-reported outcomes, PRO.
Nel confronto principale, la monoterapia con ICI è risultata associata a un aumento relativo del 21% del rischio di fatigue rispetto al placebo, con RR 1,21 (IC 95%: 1,08-1,35). Anche le valutazioni direttamente riferite dai pazienti hanno mostrato livelli di fatigue significativamente superiori con immunoterapia, sebbene l’entità dell’effetto sia risultata piccola, con differenza media standardizzata pari a 0,12 (IC 95%: 0,01-0,23).
L’aumento sembra riguardare soprattutto gli eventi meno severi. Per la fatigue di grado 1-2 il rischio è risultato superiore con gli ICI, mentre per la fatigue di grado =3 non è stata osservata una differenza statisticamente significativa: RR 1,29 (IC 95%: 0,95-1,75). Questo suggerisce che l’incremento complessivo della fatigue associato all’immunoterapia sia prevalentemente di entità lieve o moderata.
Diverso il confronto con la chemioterapia. La frequenza della fatigue non è risultata significativamente differente tra monoterapia con ICI e chemioterapia convenzionale, con RR 0,81 (IC 95%: 0,36-1,82). Il dato deve però essere interpretato con cautela, perché deriva da soli due studi, per 868 pazienti, ed è caratterizzato da elevata eterogeneità statistica.
La revisione ha inoltre evidenziato che la qualità globale della vita non differiva significativamente tra i pazienti trattati con ICI e i rispettivi controlli nella maggior parte delle analisi. Questo indica che il modesto aumento della fatigue non si traduce necessariamente in un deterioramento generalizzato della qualità di vita.
Sul piano metodologico, la certezza delle evidenze variava da alta a bassa a seconda dell’outcome. In particolare, le analisi basate sui PRO sono state penalizzate dal rischio di bias legato alla frequente natura open-label degli studi e dalla presenza di eterogeneità non completamente spiegata.
Nel complesso, i dati indicano che gli ICI utilizzati in fase neoadiuvante o adiuvante sono associati a un incremento modesto ma misurabile della fatigue rispetto al placebo, confermato sia dalle valutazioni cliniche sia dalla percezione diretta dei pazienti. Non emerge invece un aumento significativo della fatigue severa, né una differenza chiara rispetto alla chemioterapia.
Per la pratica clinica, gli autori sottolineano l’importanza di informare preventivamente i pazienti sulla possibile comparsa di fatigue, monitorarla durante il trattamento e intervenire precocemente quando compromette attività quotidiane, recupero postoperatorio o qualità di vita. Restano necessari ulteriori studi per definirne meglio intensità, durata e traiettoria nel tempo, soprattutto nei pazienti trattati con immunoterapia con intento curativo.
Fonte: Supportive Care in Cancer, 2026;34:829. DOI: 10.1007/s00520-026-10996-1.





