Quotidiano Oncologia

Mieloma: il mantenimento continuo con lenalidomide non migliora la sopravvivenza globale

11 Settembre 2026 > Ilenia Di Martino

Nei pazienti con mieloma multiplo di nuova diagnosi a rischio standard e non sottoposti a trapianto autologo di cellule staminali in prima linea, il mantenimento a durata indefinita con lenalidomide non migliora significativamente la sopravvivenza globale (OS) rispetto a un trattamento a durata fissa di 2 anni. La terapia prolungata si associa inoltre a una maggiore frequenza di eventi avversi e a una maggiore incidenza di seconde neoplasie primarie. È quanto emerge dallo studio randomizzato di fase III ENDURANCE, condotto dall’ECOG-ACRIN Cancer Research Group nell’ambito del National Clinical Trials Network e pubblicato nel 2026 sul New England Journal of Medicine.

Lo studio ha valutato pazienti con mieloma multiplo di nuova diagnosi a rischio standard, non sottoposti a trapianto autologo di cellule staminali upfront. Dopo un trattamento di induzione comprendente un inibitore del proteasoma e lenalidomide, 516 pazienti sono stati randomizzati a ricevere lenalidomide come mantenimento a durata indefinita (n = 260) oppure per una durata fissa di 2 anni (n = 256).

Dopo un follow-up mediano di 86 mesi, con 80 decessi registrati in ciascun gruppo, la sopravvivenza globale a 7 anni è risultata del 68,6% nel gruppo trattato a durata indefinita e del 69,0% in quello trattato per 2 anni, senza differenze statisticamente significative (differenza -0,4 punti percentuali; IC 95% da -9,0 a 8,3; p = 0,93).

Anche per la sopravvivenza libera da progressione (PFS) non è emersa una differenza statisticamente significativa. A 7 anni, la PFS è risultata del 36,1% nel gruppo a durata indefinita e del 29,7% nel gruppo a durata fissa, con una differenza di 6,4 punti percentuali (IC 95% da -2,6 a 15,4).

Sul piano della sicurezza, il trattamento prolungato si è associato a una maggiore frequenza di eventi avversi. Gli eventi avversi non ematologici emergenti dal trattamento di grado =3 sono stati osservati nel 48,2% dei pazienti sottoposti a mantenimento indefinito rispetto al 31,5% di quelli trattati per 2 anni. Considerando gli eventi non ematologici di grado =3 ritenuti correlati al trattamento, le percentuali sono state rispettivamente del 23,5% e del 16,9%.

Anche l’incidenza delle seconde neoplasie primarie è risultata numericamente maggiore con il trattamento prolungato. Escludendo i tumori cutanei non melanoma, l’incidenza cumulativa a 5 anni è stata dell’11,2% nel gruppo a durata indefinita e dell’8,3% nel gruppo a durata fissa.

Nel complesso, lo studio mostra che, nei pazienti con mieloma multiplo di nuova diagnosi a rischio standard non sottoposti a trapianto autologo upfront, proseguire il mantenimento con lenalidomide oltre 2 anni non determina un beneficio significativo in termini di sopravvivenza globale rispetto alla durata fissa di 2 anni, a fronte di una maggiore esposizione alla tossicità.

Gli autori sottolineano che una maggiore durata del trattamento non deve essere automaticamente considerata più efficace e che i risultati hanno implicazioni anche sul costo complessivo della terapia. La sospensione della lenalidomide dopo 2 anni potrebbe inoltre consentire un più ampio riutilizzo dei farmaci immunomodulatori nei pazienti che presentano una recidiva dopo l’interruzione del mantenimento. I risultati non sono tuttavia direttamente generalizzabili ai pazienti con mieloma ad alto rischio, a quelli sottoposti a trapianto autologo in prima linea o trattati con regimi di induzione a quattro farmaci.

Fonte: New England Journal of Medicine. 2026;395(3):221-232. doi: 10.1056/NEJMoa2600157.