Quasi un paziente su sei va incontro a una riammissione ospedaliera non programmata dopo esofagectomia per carcinoma esofageo. Lo indica una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata sull’International Journal of Surgery, che ha sintetizzato i dati di 43 studi osservazionali per un totale di 164.948 pazienti. Il tasso aggregato di riammissione è risultato pari al 16,4%.
Tra i principali fattori associati a un maggiore rischio di riammissione figurano le comorbidità preesistenti, in particolare diabete mellito, broncopneumopatia cronica ostruttiva e patologie cardiovascolari. Anche un peggiore stato generale prima dell’intervento emerge come elemento rilevante: nei pazienti con classe ASA III-IV, le probabilità di riammissione risultano più che raddoppiate, con OR 2,27 (IC 95%: 1,05-4,89; p<0,004).
Una durata della degenza iniziale superiore a 10 giorni è risultata associata a un aumento del 35% delle probabilità di riammissione, con OR 1,35 (IC 95%: 1,14-1,61; p<0,0007). Il dato suggerisce che un decorso ospedaliero più complesso possa identificare pazienti che necessitano di un monitoraggio particolarmente attento dopo la dimissione.
Nell’analisi complessiva anche il sesso femminile è risultato associato a un aumento modesto delle riammissioni, con OR 1,12 (IC 95%: 1,02-1,23; p=0,02). Tuttavia, quando gli autori hanno ristretto l’analisi agli studi con riammissione standardizzata a 30 giorni, l’associazione non è risultata più significativa, con OR 1,08 (IC 95%: 0,86-1,34; p=0,52). Il sesso non appare quindi un predittore particolarmente robusto.
Un ruolo centrale è svolto dalle complicanze postoperatorie. Deiscenza anastomotica, complicanze polmonari, problemi della ferita chirurgica ed eventi tromboembolici sono risultati associati a un maggiore rischio di ritorno in ospedale. Tra le cause di riammissione riportate, le complicanze polmonari rappresentavano la quota più frequente, pari al 14,9%, seguite da quelle anastomotiche, 11,4%, e dalle altre complicanze gastrointestinali, 9,6%.
La terapia neoadiuvante è risultata invece associata a una riduzione delle probabilità di riammissione, con OR 0,74 (IC 95%: 0,59-0,92). Il dato deve però essere interpretato con cautela: gli autori sottolineano che i pazienti selezionati per il trattamento neoadiuvante possono presentare caratteristiche cliniche differenti e un minore carico di comorbidità, elementi che potrebbero contribuire all’associazione osservata.
La riammissione non è risultata associata in modo statisticamente significativo a un aumento della mortalità, con OR 1,65 (IC 95%: 0,82-3,33; p=0,16). Anche questo risultato richiede prudenza, perché i dati disponibili erano limitati e gli stessi autori ricordano che altri studi hanno riportato risultati differenti.
Nel complesso, la meta-analisi identifica un gruppo di pazienti particolarmente vulnerabile alla riammissione dopo esofagectomia: soggetti con comorbidità, classe ASA elevata, degenza iniziale prolungata o complicanze postoperatorie. Questi fattori possono aiutare a individuare già durante il ricovero i pazienti che necessitano di una sorveglianza più stretta dopo la dimissione.
Per gli autori, la riammissione rappresenta un indicatore importante della qualità del percorso chirurgico e perioperatorio. L’obiettivo non è semplicemente ridurre il numero dei ritorni in ospedale, alcuni dei quali possono essere clinicamente necessari, ma prevenire le complicanze evitabili e migliorare la continuità assistenziale attraverso ottimizzazione delle comorbidità, gestione precoce degli eventi postoperatori e follow-up mirato dei pazienti a maggior rischio.
Fonte: International Journal of Surgery, 2026;112:4925-4937. DOI: 10.1097/JS9.0000000000003860.





