Lo stigma legato al cancro rappresenta un problema psicosociale rilevante per le donne con tumori ginecologici, in particolare per quelle con carcinoma della cervice uterina. Lo indica una revisione sistematica a metodi misti pubblicata sull’European Journal of Oncology Nursing, che ha integrato evidenze quantitative ed esperienze qualitative per valutare il rapporto tra stigma, benessere psicologico, qualità di vita, sintomi e rapporto con i servizi sanitari.
La revisione ha incluso 19 studi pubblicati tra gennaio 2015 e maggio 2026: 8 quantitativi e 11 qualitativi. Gli studi quantitativi erano osservazionali e prevalentemente trasversali, mentre quelli qualitativi utilizzavano soprattutto interviste approfondite per esplorare l’esperienza vissuta dalle pazienti.
Sul piano quantitativo, livelli più elevati di stigma sono risultati associati a maggiore distress psicologico, più sintomi depressivi, maggiore carico sintomatologico, minore supporto sociale percepito e peggiore qualità di vita. Sono emerse inoltre associazioni con difficoltà nel rapporto con i servizi sanitari e nell’engagement nel percorso di cura.
Le evidenze qualitative aiutano a comprendere i meccanismi attraverso cui lo stigma viene vissuto. Le donne hanno descritto vergogna, autocolpevolizzazione, paura del giudizio, timore di rivelare la diagnosi, tendenza a nascondere la malattia, isolamento sociale e compromissione delle relazioni interpersonali. In alcuni casi, queste esperienze si traducono anche in barriere al contatto e all’interazione con i servizi sanitari.
Il fenomeno appare particolarmente rilevante nel carcinoma della cervice uterina, dove lo stigma può essere alimentato da significati socioculturali e morali legati alla sessualità, all’infezione da HPV, alla femminilità e all’identità riproduttiva. In questo contesto, la malattia può essere percepita non soltanto come problema sanitario, ma anche come fonte di giudizio sociale.
L’integrazione delle evidenze ha portato gli autori a descrivere lo stigma come un processo multidimensionale, nel quale fattori intrapersonali, interpersonali e socioculturali interagiscono tra loro. Non si tratta quindi esclusivamente di una reazione psicologica individuale, ma di un fenomeno influenzato anche dalle relazioni familiari e sociali e dal contesto culturale in cui la paziente vive.
Per la pratica clinica, la revisione sottolinea l’importanza di una valutazione psicosociale sensibile allo stigma, di una comunicazione non giudicante e di interventi di supportive care capaci di affrontare esplicitamente vergogna, isolamento, autocolpevolizzazione e paura della rivelazione della diagnosi. Questi aspetti risultano particolarmente rilevanti nell’assistenza infermieristica oncologica.
La conclusione deve però restare prudente. La predominanza di studi trasversali non permette di stabilire se lo stigma sia la causa diretta del peggioramento della salute mentale, della qualità di vita o dell’engagement nelle cure. È possibile che le diverse dimensioni si influenzino reciprocamente.
Nel complesso, la revisione identifica lo stigma come una componente importante dell’esperienza delle donne con tumori ginecologici e come un possibile ostacolo alla piena presa in carico psicosociale. Gli autori indicano la necessità di studi longitudinali e trial di intervento per chiarire meglio le relazioni causali e sviluppare strategie di supporto culturalmente appropriate.
Fonte: European Journal of Oncology Nursing, 2026;83:103260. DOI: 10.1016/j.ejon.2026.103260.





