Quotidiano Oncologia

Carcinoma polmonare EGFR-mutato post-TKI: ivonescimab migliora la sopravvivenza globale

26 Ottobre 2026 > Ilenia Di Martino

L’aggiunta dell’anticorpo bispecifico ivonescimab alla chemioterapia migliora significativamente la sopravvivenza globale nei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) non squamoso, avanzato o metastatico, con mutazione di EGFR e progressione dopo trattamento con inibitori della tirosina chinasi (TKI). È quanto emerge dall’analisi finale della sopravvivenza globale dello studio randomizzato di fase III HARMONi-A, pubblicata nel 2026 su JAMA.

Il trial, condotto in doppio cieco e controllato con placebo presso 55 centri in Cina, ha arruolato 322 pazienti adulti, randomizzati in rapporto 1:1 a ricevere ivonescimab (20 mg/kg; n = 161) oppure placebo (n = 161), entrambi associati a pemetrexed e carboplatino per quattro cicli, seguiti da una fase di mantenimento con pemetrexed e ivonescimab o placebo.

A un follow-up mediano di 32,5 mesi, la combinazione con ivonescimab ha determinato una riduzione del 26% dell’hazard di morte rispetto al gruppo di controllo (HR stratificato = 0,74; IC 95%: 0,58-0,95; p = 0,02). La sopravvivenza globale mediana è risultata pari a 16,8 mesi nel braccio sperimentale, rispetto a 14,1 mesi nel gruppo trattato con chemioterapia e placebo, con un vantaggio assoluto di 2,7 mesi.

Una differenza più marcata è emersa nelle stime di sopravvivenza a lungo termine. A 30 mesi, la percentuale stimata di pazienti vivi era del 29,1% (IC 95%: 22,1-36,4%) nel gruppo ivonescimab, contro il 18,4% (IC 95%: 12,8-24,8%) nel gruppo di controllo.

Il beneficio sulla sopravvivenza globale si aggiunge al miglioramento della sopravvivenza libera da progressione già documentato nell’analisi precedente dello studio, nella quale la PFS mediana era risultata di 7,1 mesi con ivonescimab rispetto a 4,8 mesi nel gruppo di controllo (HR = 0,46; IC 95%: 0,34-0,62; p < 0,001).

Sul piano della sicurezza, gli eventi avversi di grado pari o superiore a 3 emersi durante il trattamento sono stati registrati nel 67,1% dei pazienti trattati con ivonescimab e nel 54,7% dei controlli. Considerando esclusivamente gli eventi giudicati correlati al trattamento, le percentuali sono risultate rispettivamente del 59,6% e del 44,7%. Il profilo di tossicità è stato considerato complessivamente gestibile, senza l’emergere di nuovi segnali di sicurezza.

Nel complesso, i risultati dello studio HARMONi-A documentano un beneficio statisticamente significativo in sopravvivenza globale per ivonescimab associato alla chemioterapia dopo progressione agli EGFR-TKI. La duplice inibizione di PD-1 e VEGF rappresenta quindi una strategia terapeutica promettente per questa popolazione, caratterizzata da opzioni terapeutiche ancora limitate.

Gli autori sottolineano tuttavia che lo studio è stato condotto esclusivamente in Cina e che saranno importanti ulteriori evidenze in popolazioni geograficamente più diversificate per definirne la generalizzabilità e il posizionamento nei diversi percorsi terapeutici.

JAMA, 336(4), 306–314. https://doi.org/10.1001/jama.2026.7745