Quotidiano Oncologia

Miosteatosi e tumori esofagei: l’infiltrazione adiposa muscolare si associa a una sopravvivenza peggiore

10 Giugno 2026 > Ilenia Di Martino

La miosteatosi basale è associata a una peggiore sopravvivenza globale nei pazienti con tumore dell’esofago o della giunzione gastroesofagea. Lo indica una meta-analisi pubblicata su PeerJ, che ha valutato il valore prognostico dell’infiltrazione adiposa del muscolo scheletrico in questa popolazione oncologica.

Gli autori hanno incluso 11 studi di coorte, per un totale di 1.810 pazienti con carcinoma esofageo o della giunzione gastroesofagea. L’obiettivo era chiarire se la miosteatosi, cioè l’accumulo di grasso all’interno del muscolo scheletrico, fosse associata agli esiti di sopravvivenza.

L’analisi quantitativa ha mostrato che la presenza di miosteatosi è associata a una riduzione significativa della sopravvivenza globale, con HR 1,46; IC 95%: 1,13-1,88; p=0,004. In altre parole, i pazienti con miosteatosi presentavano un rischio di morte più elevato rispetto a quelli senza evidenza di infiltrazione adiposa muscolare.

Un dato rilevante riguarda il metodo di valutazione. L’associazione con la sopravvivenza globale è risultata più marcata quando la miosteatosi veniva stimata attraverso la misurazione diretta del contenuto di tessuto adiposo intramuscolare rispetto alla valutazione basata sull’attenuazione muscolare: HR 2,29 contro HR 1,30, con differenza significativa tra i sottogruppi.

Al contrario, la meta-analisi non ha evidenziato un’associazione statisticamente significativa tra miosteatosi e sopravvivenza libera da progressione. Per questo endpoint, l’HR è risultato pari a 1,29; IC 95%: 0,77-2,18; p=0,34.

Nel complesso, lo studio suggerisce che la qualità muscolare, e non solo la quantità di massa muscolare, possa avere un ruolo nella stratificazione prognostica dei pazienti con tumore dell’esofago o della giunzione gastroesofagea. La valutazione della miosteatosi tramite imaging potrebbe quindi integrare le informazioni cliniche e nutrizionali già utilizzate nella gestione di questi pazienti.

Il dato resta però da interpretare con prudenza. Gli studi inclusi sono osservazionali, l’eterogeneità è elevata e i metodi di misurazione non sono ancora pienamente standardizzati. Prima di introdurre la miosteatosi come marker routinario nella pratica clinica, serviranno studi prospettici che definiscano soglie, metodiche e reale utilità decisionale.

Fonte: PeerJ, 2026;14. DOI: 10.7717/peerj.20825.